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Prima del tempo
non c’era il nulla,
ma l’impossibilità di chiedere.
L’essere non occupava spazio:
era una condizione,
non un luogo.
L’universo non esisteva
era valido.
Il Big Bang non fu un evento,
ma una rottura di simmetria
tra ciò che può accadere
e ciò che deve.
Il tempo nacque
come conseguenza,
una ferita aperta
nell’eternità neutra,
e da allora ogni istante
cerca di richiudersi
senza riuscirci.
Le leggi non governano
il cosmo:
lo ricordano.
Ogni costante è una nostalgia,
ogni equazione una preghiera
scritta in un linguaggio
che nessuno ha inventato.
La materia è una domanda
che ha preso massa,
la coscienza una singolarità
che osserva se stessa
da dentro.
Così l’universo pensa,
ma non sa di farlo.
E noi siamo il punto
in cui l’essere
diventa interrogativo.